January is a dying planet, divided between a permanently frozen darkness on one side, and blazing endless sunshine on the other. Humanity clings to life, spread across two archaic cities built in the sliver of habitable dusk. But life inside the cities is just as dangerous as the uninhabitable wastelands outside. Sophie, a student and reluctant revolutionary, is supposed to be dead after being exiled into the night. Saved only by forming an unusual bond with the enigmatic beasts who roam the ice, Sophie vows to stay hidden from the world, hoping she can heal. But fate has other plans and Sophie's ensuing odyssey and the ragtag family she finds will change the entire world. |
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È un romanzo finalista del Premio Hugo 2020, che mentre scrivo questo commento non si è ancora concluso, e secondo romanzo di questa scrittrice dopo All the Birds in the Sky, anche lui finalista del Premio Hugo del 2017, ma battuto nel ballottaggio finale. Vi invito ad andare a leggere quello che avevo scritto a suo tempo sia sul romanzo che sull'esito del premio per capire meglio cosa penso di questa autice, e che questo suo secondo romanzo mi conferma ulteriormente.
Charlie Jane Anders è una persona molto interessante, e decisamente complessa, con tante attività diverse e con un ruolo importante nel mondo dela Fantascienza, ma come scrittrice, almeno da questi suoi due romanzi, mi sembra più interessata a dimostrare delle tesi che le stanno a cuore che a scrivere delle storie, e questo è per me il suo limite principale. Qui abbiamo uno scenario molto particolare: un pianeta legato marealmente al suo sole e quindi con una metà torrida e sterilizzata dalla radiazione, e una metà buia e ghiacciata, con una circolazione atmosferica non molto chiarita. Una spedizione umana, proveniente da una Terra futura con molti problemi di convivenza e con suddivisioni culturali/razziali profonde, si trova costretta a fermarsi su questo pianeta e a usare l'unica parte abitabile, cioè la sottile striscia di passaggio tra il giorno e la notte, con alcuni rilievi ad allargare lo spazio disponibile in alcune locazioni dove vengono fondate un paio di città che accolgono quasi tutta la popolazione trasportata dalla nave. L'inevitabile decadenza culturale e tecnologica porta a una situazione di precarietà e di forte tensione.
Lo scenario è potenzialmente ricco e piuttosto innovativo, anche se non raggiunge i livelli di Terminator, la città sotto una cupola che si muove su binari sotto la spinta della loro stessa deformazione seguendo il movimento lento del crepuscolo di Mercurio, il cui blocco mareale lo porta in risonanza 3:2 con il periodo di rivoluzione, così splendidamente descritto da Kim Stanley Robinson nel suo 2312, ancora colpevolmente inedito in Italia.
Qui purtroppo la storia non è al livello dell'ambientazione, con personaggi che non riescono ad acquistare personalità credibile, con comportamenti che evidentemente seguono il copione predisposto, spesso in modo quasi forzato. Come ormai sta accadendo sempre più di frequente, i personaggi principali sono tutti femminili, anche quando si comportano esattamente in modo maschile, perché il ruolo e la situazione lo richiedono. Ma evidentemente devono essere donne e basta.
La trama presenta molti punti deboli, situazioni risolte in modo semplicistico o con espedienti ad hoc, qualche buco logico (o almeno è stata la mia impressione, ma su questo dovrei rileggere con più attenzione, e non ne ho proprio voglia), e uno svolgimento che segue la necessità della tesi che si vuole sostenere e poco la logica di una storia che si vorrebbe narrare.
Alla fine mi è rimasta molta insoddisfazione per quello che avrebbe potuto essere un buon romanzo e mi è semplicemente sembrato un modesto risultato, decisamente peggio della maggior parte degli altri finalisti, che tra l'altro non brillano certo nemmeno loro.
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